Questo scritto è stato fatto per imparare il libro Relativismo Culturale di Angela Biscaldi, senza l’ausilio di internet.
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Quando parliamo di relativismo culturale intendiamo una prospettiva nata nel contesto della ricerca e della riflessione dell’antropologia americana di inizio secolo con Franz Boas, sistematizzata a metà 900, con un dibattito che affronta i dubbi riguardo alla possibilità di valutare le culture.
Per uscire da l’occidentocentrismo, il fardello dell’uomo bianco spinto al parossismo nell’Inghilterra evoluzionista, si afferma che le culture non sono in gara su una scala tra loro né tanto meno ce ne sono alcune che sono il passato vivente di altre più avanti. O che talune siano semplici perché non le conosciamo o non le capiamo e che non si deve per forza convincere gli altri a vivere come noi, non fosse altro per non andare contro i nostri principi e valori basati sul rispetto del diritto alla libertà e alla diversità.
Il punto di partenza di chi si propone di studiare le diverse culture è evitare le generalizzazioni, seppure appaiano necessarie. Se infatti è giusto dire che ci sono diverse archetipiche etnie cioè che i popoli sono, seppur appartengano tutti ad una specie di homo nata in Africa, molto diversi tra loro, distinti perché distanti, anche nell’aspetto dei tratti somatici essendo risultati di diverse ondate migratorie in diversi periodi e in diversi luoghi per il mondo. È anche vero che ogni singolo non si limita ad essere esclusivamente un animale sociale che apprende interamente perfettamente come comportarsi con l’imprinting culturale, ma è anche il risultato di scelte particolari che possono esulare dal contesto sociale di appartenenza, soprattutto oggi che il mondo è un melting pot e le distanze durano meno.
L’acculturamento o inculturazione è un processo di assimilazione di esempi che attraverso le sviluppatissime tecnologie comunicative odierne non può essere selettivo come un tempo.
Non è nemmeno più necessario viaggiare per venire a contatto con culture diverse che si compenetrano e si stratificano in ogni individuo.
È in questa chiave che va letto ciò che dice Levi Strauss a proposito dello spirito dell’umanità, ognuno ha una determinata conformazione culturale, la complessità delle possibili visioni del mondo si coniuga in ogni essere umano in modo diverso riducendo sempre più l’omogeneità culturale.
Il compito dell’antropologo secondo Clyde Kluckhohn 1955 p. 677 è d’“elaborare tecniche per tenere sotto controllo le differenze di significato tra valori apparentemente simili e per trovare somiglianze quando i fenomeni appaiono sostanzialmente diversi agli occhi dell’osservatore”.
Chi si vuole porre il problema del confronto culturale deve abbandonare i suoi pregiudizi e la presunzione che si possano fare delle valutazioni riguardo la superiorità di una cultura rispetto un’altra.
Già nel 47 su American Antropologist Melville Herskovitz fornisce tre pilastri per il nascente relativismo culturale. Per stilare una dichiarazione dei diritti umani rispettosa delle differenze culturali bisogna(:) – tenere presente che il rispetto delle differenze individuali implica quello per le differenze culturali- perché non esiste nessun metodo di valutazione qualitativa delle culture -poiché esse formano i propri standard, norme e valori.
I valori derivano dal proprio gruppo d’appartenenza, si formano nel tempo attraverso riconoscimenti reciproci e il paragone costante del comportamento proprio e altrui all’interno di una società. Dalla ripetizione di date reazioni a particolari stimoli si imparano a riconoscere le cose socialmente accettate e quelle riprovevoli, quelle da non imitare, questa normalità viene alla lunga sotterrata nell’inconscio ed è motivo di scontro invece che di incontro. Ci sono molte attività e atteggiamenti controversi che possono essere intraprese da chi vuole apparire in un certo modo, cioè comportamenti limite tesi alla provocazione per uscire dall’anonimato, per atteggiarsi e prendere teatralmente parte alla comunità, all’esterno, al mondo, alla storia, all’agorà, agone della pluralità Arendtiana.
Il relativismo culturale si pone come obiettivo di comprendere le diversità, analizzandole per quanto possibile senza essere d’accordo o respingerle.
Ciò non significa astenersi da qualsivoglia giudizio morale e “prendere tutto per buono”, significa invece che anche e soprattutto i giudizi di valore sono determinati dalla cultura d’appartenenza. C’è una bella differenza anche tra il nichilistico “non ci sono verità” e il pensiero relativista che le verità ci sono, sono diverse e bisogna cercare di comprenderle.
Con ciò non si sospende la moralità anzi la si rafforza: i valori su cui si basa la nostra cultura sono per l’appunto la tolleranza, la non violenza e l’attitudine al dialogo, su questo si basa la democrazia.
Due possibili derive sono quella che tende a minimizzare il problema, siamo tutti diversi è inutile il dialogo o addirittura le culture non esistono, sono generalizzazioni prive di fondamento e una che crede invece che l’uomo si definisca solo in base alla sua cultura e non assorba tratti esterni o non voglia trasformarla dall’interno.
Un indagine strettamente causale, fatta da chi creda che sia solo la razionalità a guidare l’uomo e che quindi sia sempre comprensibile il comportamento umano, (che specialmente quando prende forma di massa è irragionevole), ovvero cercare di scoprire quale bisogno soddisfa un dato fatto sociale nel suo contesto può essere una causa persa, perché i bisogni spesso scaturiscono a livello di inconscio collettivo e sono artefatti senza ragione compiono salti a noi inimmaginabili.
Pur non potendo stilare una classifica tra le culture parlando di gradi di civiltà, si può e si deve prendere posizione riguardo ogni singolo fenomeno, dopo aver contestualizzato e scoperto quale funzione svolge un dato fatto sociale si può dare un giudizio: tale pratica rispetta i diritti fondamentali dell’uomo?
Non è che se è caratteristico di una cultura tagliare la testa a uno sconosciuto ogni volta che ti muore un parente, allora lo dobbiamo capire e nemmeno non lo possiamo capire o addirittura siamo liberi anche noi di farlo (o come dice pressapoco Eco, ironizzando, “se ci sono ancora cannibali andiamo a mangiarli così imparano”).
Affrontando il problema si cerca di risolverlo. A causa e per merito di questa tolleranza è complicata la democrazia: al suo interno deve permettere di parlare anche alle minoranze razziste e straniere e non le può combattere con la violenza, è rispettando i propri valori che li si affermano e li si mantengono, non facendo il contrario. Il monopolio della forza dovrebbe essere testimoniato dalla sua totale assenza, non dal suo continuo esercizio. Per questo bisogna stare dalla parte di chi sconsacra gli dei altrui piuttosto che quelli che in loro nome uccidono. Meglio un paese dove non ci sia nessuno di abbastanza stupido da istigare gli altri ad odiarlo provocando indirettamente morti e inneggiando allo scontro, ma un paese così si ottiene grazie alla responsabilizzazione graduale mediante l’esercizio della libertà di parola.
Se c’è un problema di diritti, dicevamo, devono prevalere quelli irrinunciabili individuali: come è ridicola la sentenza della corte europea che riconosce le attenuanti culturali commettendo un eccesso di cultura per il pastore sardo che uccide la moglie perché loro sono abituati così, così è ingegnosa l’idea di creare dei surrogati di determinati riti che ledono il corpo umano, come l’invenzione dell’infibulazione alternativa del dr. Abdulcadir che è un compromesso, una contaminazione tra rispetto per il corpo umano e il rito di passaggio che in tal modo non “rovina” la vita, anche se magari non l’avrebbe rovinata, di certo ridotta sotto certi aspetti, ma del resto anche essere battezzato in un certo senso è un uso improprio di un bambino, appartenere ad una certa comunità è inevitabile ma che altri scelgano per te quale è un trend che deve andare diminuendo proporzionalmente all’ampliamento degli orizzonti, ad una mescolanza di usi che trascenda i luoghi d’origine privilegiando quelli di appartenenza, proporzionalmente alla presa di coscienza dei limiti che ogni singola cultura mostra, con il confronto con le assurdità altrui saltano agli occhi le proprie più facilmente, e liberarsene è il naturale ma difficilissimo compito.
È ovvio che dev’essere l’individuo che subisce il fatto a giudicare il male poi o a dare il permesso prima, meglio se coscientemente e non per tradizionalismo, ma che rito di passaggio al mondo adulto sarebbe se fosse la scelta di un adulto? Infatti la scelta la fa di solito il genitore che è adulto.
A questo proposito sarebbe interessante verificare quanto i genitori amplificano problemi che i figli magari non avrebbero avuto neanche senza il loro intervento. Quanti problemi gli adulti scaricano sui bambini? Una mutilazione che non ricordiamo di aver subito è solo uno degli accadimenti che possono capitare nella vita e rispetto cui bisogna prendere posizione, ciò non significa per forza sentirsi vittime, anzi il problema sorge se non se ne parla. Il ruolo della tragedia.