In Italia è solo dopo la seconda guerra mondiale che, liberati o quasi dalle concezioni razziste che impregnavano la cultura imbrigliandola in stereotipi volti a spiegare la superiorità degli italiani giustificando il colonialismo imperialista e le leggi razziali, si sviluppa la Demo-etno-antropologia di De Martino, allievo di Croce, secondo cui non è un antropologo solo che deve condurre la ricerca bensì una squadra di esperti in differenti campi: sociologi, psichiatri, folkloristi e linguisti con l’ausilio necessario di tecnologie quali il magnetofono o la cinepresa.
Ma ce ne siamo liberati? Il razzismo non è ancora ben incistato nel nostro mondo?
Ad esempio c’è un movimento politico che ha come suo scopo creare un nuovo stato ed è perfettamente conscio che per farlo deve prima creare senso d’appartenenza e quindi d’esclusione, deve creare e diffondere l’idea che esista non una “razza” perché sarebbe nazismo, ma un’identità culturale profondamente diversa da quella italiana o europea: un “ceppo”.
Ora come intenda farlo non è difficile da capire, è sotto gli occhi di tutti: sfruttando il razzismo che prolifera nelle valli chiuse dove gente troppo vecchia o troppo povera non ha mai viaggiato, sfruttando quindi le paure ataviche verso il diverso, o anche solo verso il simile concorrente per un posto di lavoro, e in un altro modo, cioè proponendo nuove tradizioni, cercando cioè di creare anche attraverso una rilettura della storia, un’identità culturale.
Ed in questo senso può aiutare il riferimento all’antropologo italiano Costantino Nigra, che analizzando la cultura dal punto di vista letterario ne I canti popolari del Piemonte 1881 e in Reliquie celtiche sottolinea che c’è un’evidente frattura tra un nord Italia celtico e un sud Italia latino.
Ma i pregiudizi dei polentoni nei confronti dei terroni è vecchio come l’Italia: basti pensare sempre allo stesso Nigra, inviato a Napoli nel 1861 da Cavour come luogotenente generale delle Province meridionali: egli scrive una relazione in cui parla del Mezzogiorno come di «un’ immensa piaga» e, a proposito dei napoletani, della loro «incapacità, corruzione, inerzia». E si lamenta di essere stato mandato «tra i negri» .
Questo vero e proprio precursore del secessionismo che vedeva di mal’occhio il risorgimento (a cui partecipò peraltro attivamente in veste di diplomatico) voluto a tavolino da nobili annoiati piuttosto che risultato da un’unità culturale nazionale, è un leghista ante-litteram.
Ma quali elementi in comune hanno e potranno mai avere la Liguria e le valli bergamasche? Che ne è dell’unità linguistica necessaria per creare uno stato unitario? L’autodeterminazione dei popoli proposta nei 14 punti di Wilson si può applicare a qualsiasi regione terrestre? La storia della Val d’Aosta in che modo può confluire in un’entità statuale assieme a quella che fu la Serenissima Repubblica di Venezia, se non nella già esistente Italia?
La cosa che nessuno si ricorda di menzionare è che all’interno di queste due “identità culturali” presunte ci sono diversissime mentalità, dialetti, etnie intese come gruppi dai tratti somatici comuni, persino all’ interno delle stesse regioni, comuni e palazzi.
La lingua comune della “Padania” è l’Italiano, la storia comune è quella dell’Italia, almeno fino ad adesso, ma ciò non basta a fermare i leghisti, che anzi creano. Creano riti nuovi, ridicoli per chi li vede dal fuori ma evidentemente coinvolgenti e simbolici, cercano di confondere la popolazione mischiando informazioni e culture, si dicono discendenti dei celti ma sono di retaggio cristiano: avendo come scopo la chiusura politica hanno come mezzo la chiusura mentale.
Da quando ho iniziato a pensare a questa relazione un’infinita sfliza di notizie riguardanti la politica della Lega mi hanno dato spunto: come non pensare al maldestro tentativo di “sdoganare” l’esistenza della Padania perché esiste un grana Padano , affermazione che sembra lasciare intendere una futura guerra per la grana contro la Reggiania.
Un elemento fondamentale della loro immagine è infatti la “genuinità” che giustifica l’ignoranza, il loro linguaggio non è “populista” è grezzo. Ma le etnie esistono, come dice Fabietti, al di là dell’uso regolativo di tale concetto, esistono per chi ci crede, ed emergono quasi esclusivamente per creare scontro e non confronto.
Dell’uso a sproposito di certe definizioni antropologiche nei fatti di cronaca fa certamente parte un cartellone-manifesto elettorale esibito durante l’ultima campagna elettorale con un capo indiano dipinto e una frase : “loro hanno subito l’immigrazione, adesso vivono nelle riserve”.
Paradossale, eppure proprio per questo un’ottima pubblicità, un messaggio indelebile. Questo è l’esempio perfetto di estrapolazione di un concetto dal suo contesto, concetto che suscita empatia: “poveri ma fieri indiani: io quand’ero piccolo leggevo Tex Willer e coi miei amici facevo sempre l’indiano correvo libero e rifiutavo di vendere la terra ai bianchi perché non può appartenere a nessuno”.
Ma nella metafora il leghista si immedesima con gli indiani confondendo i due contesti, il razzista che incita allo scontro contro il diverso lo fa portando ad esempio l’orgoglio di un’etnia a lui completamente estranea, se non opposta per principi usi, lingua, tratti somatici ma ancor più importante per il ruolo nella vicenda.
Paradossale perchè la situazione è inversa: in quel caso erano i cowboys, più ricchi e forti, per diventare ancora più ricchi e forti, ad invadere sterminando e non semplicemente ad emigrare come oggi pacificamente fanno i più deboli dalla povertà verso la ricchezza.
Paradossale anche perchè la soluzione proposta, ad un diverso problema anzi al suo inverso, è la stessa. Lo scontro, la guerra, sappiamo che adesso siamo noi i cowboys e allora teniamoli fuori. Ma con ciò non si esaurisce l’assurdità implicita nel messaggio, infatti il tener fuori gli altri significa rinchiudersi da soli nelle riserve, il messaggio può dunque far votare per la lega solo chi si ferma al primo strato di significato, che non sapendo la storia degli indiani, tranne che forse da un paio di numeri di Tex Willer, li rimpiange quasi più perché ai loro tempi, per risolvere i problemi, c’erano le pistole.
Un capo indiano dipinto e una frase: “loro hanno subito l’immigrazione, adesso vivono nelle riserve, pensaci!”
L’IGNORANZA DELLA LEGA NORD DA UN PUNTO DI VISTA ANTROPOLOGICO
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#1 by follelfo on gennaio 12, 2012 - 3:05 pm
è ancor più recente una notizia riguardante gli investimenti in Tanzania del partito Lega Nord: dopo aver sdoganato il ridicolo rasentano ormai la pura follia.
#2 by follelfo on gennaio 12, 2012 - 3:49 pm
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/lega-tanzania-libera-bossi-tarzansul-lironia-sugli-investimenti-carroccio/183078/