Danken und denken, ringraziare e pensare, hanno la stessa origine dice Celan e chi ne segua il senso si ritroverà in ambito contiguo a gedenken, andenken, Andacht richiamare alla memoria che è dono di grazia, commemorazione, meditazione che confina con la preghiera.
“Andenken è soprattutto un pensiero che torna indietro e precede ed è sempre il pensiero che è sul cammino verso il libero uso del tratto proprio.”
“Questo pensare a… che pensa volgendosi indietro e anticipando, pensa però prima a ciò-che-richiede-disposizione ed è quindi un pensiero che appartiene al destino”.
Il corso del semestre invernale 41/42, che avrebbe dovuto interessare Andenken, Der Ister, Die Titanen, Mnemosyne, Reid sind…, per dare un’idea della minuziosità con cui H affrontava i testi, si fermò all’analisi del primo dei cinque componimenti che apparve per la prima volta sul “Musenalmanach” di Deckendorf,nel 1808, composto probabilmente tra il 1803 e il 1804 suona:
Andenken
Spira il vento di nord est.
Il più amato dei venti
Per me, perché spirito ardente
E buona rotta promette ai naviganti.
Adesso però va’ a salutare
La bella Garonna,
E i giardini di Bordeaux,
Là dove lungo la riva scoscesa
Corre la passerella e il torrente
Precipita nel fiume, scrutano però dall’alto
In nobile coppia
Una quercia e un pioppo argentato;
Queste cose mi vengono ancora bene in mente e come
Le vaste cime inclina
Il bosco di olmi, sopra il mulino,
Nel cortile cresce però un albero di fico.
In giorni celebrativi, vanno
Le brune donne ivi
Verso suolo di seta,
Nel periodo di marzo,
Quando notte e giorno è uguale,
E su lente passerelle,
Spirano brezze cullanti,
Gravi di sogni dorati.
Mi porga però
Colma di luce scura
Qualcuno la coppa odorosa,
Perché io possa riposare; sarebbe dolce, infatti,
Il sopore sotto l’ombra.
Non è bene
Essere vuoti nell’anima di pensieri
Mortali. È bene invece
Un colloquio e dire
L’avviso del cuore, molto udire
Di giorni dell’amore
E di fatti che accaddero.
Dove sono, però, gli amici? Bellarmino
Con il compagno? Alcuni
Hanno timore di andare alla sorgente;
La ricchezza, infatti, incomincia
Nel mare. Essi,
Come pittori, mettono insieme
Il bello della terra e non disdegnano
La guerra alata, e
Abitare soli, per anni, sotto
L’albero spoglio, dove non illuminano la notte
I giorni celebrativi delle città,
E musica e danza nativa nemmeno.
Ora, però, gli uomini
Sono andati dagli Indi, là sulla punta ventosa
Fra i vigneti, dove
Discende la Dordogna
E insieme alla splendida
Garonna disteso come il mare
Il fiume sfocia. Toglie però
E dà memoria il mare,
E anche l’amore fissa assiduamente gli occhi.
Ciò che resta, però, lo istituiscono i poeti.
Per la “spiegazione” integrale della poesia il rimando è ovviamente al testo di Heidegger, a noi serve qui sottolineare che il suo intento è di mostrare come il pensiero che è all’opera in questo componimento di Hölderlin costituisca l’essenza di un pensiero che nessuna dottrina del pensiero finora ha potuto cogliere.
Dev’essere sempre ben chiaro che il pensiero rammemorante, pur essendo un pensiero disposto a cercare, ad aprirsi alla verità, nel linguaggio e nella poesia, non essendo razionale, si declina in questa poesia in tre verbi: salutare, passare e andare alla fonte, che sembrano rubati ad Eraclito nonostante sia Pindaro lo scaturigine in questo frangente.
Perché il salutare, il camminare con timore sulle passerelle e l’andare alla fonte sono verbi per così dire eraclitei? In essi riecheggia quanto già detto per quanto riguarda il tramontare o il nascondere e per quanto verrà svelato in seguito sul venire incontro degli dei: la loro peculiarità è che la loro essenza contiene anche il verbo che esprime il moto inverso.
Sembra assurdo ma questo è il perno della gran parte delle speculazioni heideggeriane: la sorgente indica prima di tutto la direzione del fiume che da essa si allontana, andare alla fonte sarà quindi come andare contro il suo senso; e per andare a quel luogo originario che verrà chiamato landa paterna è necessario innanzitutto rivolgersi verso l’esterno e solo una volta attinto il tratto esterno salutandolo, entrando cioè in contatto con esso pur mantenendo le distanze, si può passare all’altra sponda in un moto che unisce collegando le due, senza lasciare ma conservando ciò che è passato.
Una delle emblematiche analisi sull’uso incosciente e sconsiderato dei termini, la ricontestualizzazione dei quali li porterà ad assumere un ruolo fondante nel discorso heideggeriano, ci porta ad esempio a capire la natura dell’incontro tra uomini e dei: “il colloquio non è un modo di utilizzare il linguaggio”, ma è piuttosto quest’ultimo ad avere nel colloquio la sua origine. Ma anche quest’incontro è un movimento che ad un certo punto, per sua natura, inverte la rotta diventando quasi un allontanamento, determinando quindi l’impossibilità di un ulteriore parola:
Ma giacchè son così vicini gli dei presenti,
io devo essere come se fossero lontani, e oscuro nelle nuvole
dev’essere il nome loro;
e ancora:
Vicino e difficile da cogliere è il dio.
Come il tratto proprio e proprio perché in questo s’annida, il sacro etere che è l’elemento in cui alberga la divinità, poiché troppo vicino va ricercato da lontano, attraverso un percorso che implica e prevede il ritorno, lungo un cammino intorno alla montagna su per tortuosi tornanti, un viaggio verso l’estraneo esterno il cui punto d’arrivo è nuovamente l’interno o, come ama dire Heidegger, l’essenza del poeta.
Come per impossessarsi del tratto proprio, cioè della peculiare capacità di poetare la destinazione stessa della poesia -cioè il suo fine-, così per cogliere le tracce delle divinità nell’abisso, dove i cenni e le indicazioni sono invisibili, il poeta deve seguire la vocazione assegnatagli di servitore degli dei che per sacra necessità li chiama nel non-detto.
“Lunga e difficile è la parola di questo arrivo, ma
bianco è l’attimo. Servitori dei celesti sono,
però, esperti della terra, il loro passo è incontro all’abisso
degli uomini.”
“…Vieni! Guardiamo l’aperto,
cerchiamo il proprio, per quanto lontano!
…a ognuno è assegnata una propria via:
lì va e viene ciascuno, fin là dove può.”
“spesso non possiam che tacere; mancano i nomi sacri.”
“…Non di tutto sono
i celesti capaci. Infatti giungono
i mortali più presto nell’abisso. Dunque si svolta
con questo. Lungo è
il tempo, ma s’eventua
il vero”.
“…infatti, giacché i beatissimi niente sentono da sé,
un altro deve, se così è lecito
dire, in nome degli dei
partecipe sentire,
a loro serve…”
“sempre han bisogno, come gli eroi della corona, i sacri
Elementi, per la gloria, del cuore degli uomini che sentono.”
Il luogo dell’incontro è l’abisso della poesia, nel tempo della lunga notte che precede l’arrivo della divinità a cui il poeta deve preparare il terreno, mettendo in risalto il suo scintillare in tutto ciò che è.
Ma se per parlare dell’incontro con gli dei il mezzo migliore è l’allusione operata dal silenzio la poesia si deve occupare di altre cose sacre.
Un altro argomento topico e molto apprezzato dall’Heidegger “nazionalista” è, ovviamente, la celebrazione della terra natia. Tramite un frammento per una dettatura tarda ci è tramandata una sentenza di Hölderlin che ci dice a che cosa appartiene il dettato Germania, nel quale uno degli obiettivi della poesia è perseguito:
Dell’altissimo io voglio tacere.
Frutto proibito, come l’alloro, è però
Più di tutto la landa paterna. Che però assapora
Ciascuno da ultimo. (Frammento 17, IV, 249,vv. 4-7)
E ancora, in una lettera alla principessa Auguste von Homburg, dichiara che è sua intenzione il cantare “gli angeli della santa patria” parole usate poi da Heidegger per sottolineare che la funzione del poeta dev’esser quella di render sacra la patria.
Compito del poeta non è solo rendere evidente l’essere nascosto nelle cose tramite il colloquio poetico, ma anche l’erigere un tempio nell’Ereignis dove la landa paterna possa innalzarsi e combinarsi col mondo storico del suo popolo.
In questo modo il poeta assume il ruolo di mediatore nel rapporto langue/parole , il poeta, il cui tratto proprio consiste nell’istituzione della parole del popolo è quanto di più vicino alla langue, che è il sistema in cui si dispiega l’essere, la poesia è dunque l’arte più alta perché fonda la realtà, per questo ha un carattere sacro.
Solamente “discorrere sulla” dettatura è tutte le volte nocivo, visto che all’occorrenza un dettato dice da sé ciò che ha da dire.
Attraverso il discorrere dissolutivo viene distrutto tuttavia soltanto il “godimento artistico”. Così si dice, essendo con ciò dell’opinione che l’atteggiamento fondamentale verso l’opera d’arte sarebbe “il godimento”, il centellinare “movimenti dell’anima e sguazzare in buoni sentimenti”, caso in cui questo discorso sul “godimento dell’arte” sia un fraintendimento dell’arte e della dettatura non possiamo prendere di mira il godere, allora non c’è nemmeno niente che dovrebbe essere seriamente dissolto e messo in pericolo dal discorrere.
Tenere un discorso sulla poesia significherebbe giudicarla dall’esterno, ma con quale conoscenza e autorità ciò potrebbe accadere? Sarebbe presunzione a prescindere dal fatto che alla fine possa darsi un discorrere della dettatura che non soltanto sia adeguato a quest’ultima ma che addirittura sia richiesto da essa. Forse della dettatura si può discorrere “dettatoriamente”, il che non vuol dire però in versi e rime. Così il discorrere al seguito di una dettatura non ha bisogno necessariamente , dunque, di essere un vano discorrere a vanvera “ intorno a” e “su” dettati. Ma quello che Heidegger fa nelle sue conferenze è principalmente far parlare i poeti stessi, cercando di esprimere il non detto del poetato
Potremmo ritenere che il poetato sia un senso spirituale separato e la struttura lessicale, la sua causale immagine di senso.
In Andenken Heidegger mostra che cosa significhi per Hölderlin aderire alla vocazione di poeta. Mostra poi che cosa indichino nella sua poesia i «giorni celebrativi» e la «festa»: il passaggio dall’attività lavorativa alla meditazione su quel tratto essenziale che può essere pensato solo nel rapporto che lega Germania e Grecia, sulla festa come attimo in cui il destino è in equilibrio, come fondamento ed essenza della storia. Alla notte storica dell’Occidente corrisponde l’apprendimento del libero uso del tratto proprio, apprendimento che apre la strada verso le cose di casa dove ha sede il fondamento. La considerazione del colloquio con gli amici (i poeti), del tratto estraneo che gli amici hanno appreso poeticamente nel lungo viaggio senza feste, fa vedere come nella necessità del viaggio in terra straniera e del ritorno a casa emergano le linee fondamentali della disposizione richiesta per la preparazione di una festa futura.
Ciò che resta, però, lo istituiscono i poeti.
“la via in su e in giù: una sola e stessa”
Il luogo dove è stata la festa è la Grecia,la sponda opposta è la Germania. Conoscere l’alterità per riconoscere ciò che è proprio in un doppio movimento concentrato in un solo momento.
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