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Pubblicato da follelfo in anonimato nella politica, filo politica, per un suffragio sufficientemente ragionato, proposta test ed.civica x parlamentari ed elettori il gennaio 16, 2012
Fumare mi sprona a pormi degli obbiettivi, mi spinge ad immaginarmi futuri implausibili, a guardarmi con occhi diversi, a fare buoni propositi e sognare di migliorarsi, amplia.
Avere un vizio è sempre anche la tensione di volersene liberare. Di volersi controllare nel sentirsi controllati. È un gioco di volontà e limiti, in fin dei conti tutti hanno delle abitudini assurde, tutti i gruppi sociali hanno delle leggi incomprensibili.
A proposito di propositi è un accostamento di parole assurdo fatto dal sottoscritto di proposito.
A proposito di propositi dovrei tenere un diario. Visto che ancora non so come registrare altrimenti i miei pensieri. Dovrei inventarlo, qualcosa di simile alla perfetta ripetitibilità, un registratorino che mappa gli impulsi nelle sinapsi, che si può stoppare, riavvolgere e risentire, che può essere fatto rivivere attraverso lo stimolo degli stessi impulsi seguendo la traccia, come in quel film.
So che non stai leggendo, non abbastanza comunque, non farsi una colpa dell’ignoranza non vuol dire non volersi migliorare, alcune cose che non sai non importano comunque non preoccuparti oppure tutto importa ma allora va sempre bene finchè c’è una storia, senza storia non c’è vita senza storia.
Allora tantovale.
Tantovale aprirsi, tanto vale starsene zitti, tantovale essere unici, che poi in sette miliardi è anche dura votare ogni volta che ci sono i mondiali tanto la televisione è la novella democrazia, ognuno ha l’occasione di avere il diritto di dire o fare qualcosa di impressionante per la fama passeggera in due minuti di celebrità, mentre dovrebbero avere tutti insieme il diritto di esprimersi votando.
Che ne so far finta di voler migliorare il mondo tutti insieme potrebbe fungere da stimolo per farlo davvero, una volta tanto.
Probabilmente non ci saranno abbastanza televisori, o telecomandi. E forse per fortuna.
Perché sennò la balla del suffragio universale non regge mica, chi non ne sa perché se ne fotte di quello che gli accade intorno non deve certo essere rappresentato. Siamo per i diritti di tutti ma noi ne abbiamo di più per noi, può andar bene solo se cerchi di migliorare gli altri o menti a tutti.
È da ipocriti pagare meno se sai che lo sconto è lo scotto altrui. Se il tuo guadagno significa che uno viene tenuto in povertà totale per obbligarlo a lavorare per un nonnulla è una mascalzonata.
Puoi far finta di niente ma mica sempre.
A livello locale facciamo votare tutti perché sennò mia nonna non vota e lei ha visto la guerra (e può convincere anche la sua amica ‘Tita che è grata a Dio perché c’è ancora il Re), e non si potrebbe promettere l’appalto a qualcuno coi soldi di qualcun altro, mentre a .
Ecco ho perso un pensiero. Che amarezza.
Provo il giorno dopo a continuare da dove ho lasciato: per un suffragio ragionato, come scegliere quali criteri usare per rendere ad accesso limitato ai migliori l’attività di governo? Il problema è che chi decide dovrebbe essere il già il migliore?
Esami per essere candidabili di:
-lingue: lingua madre e dialetto a livello locale, inglese e terza lingua almeno per il parlamento europeo
-cultura generale: geografia e storia, il sindaco di un paesino può non sapere l’anno della scoperta dell’america? storia dell’istituzione di cui si vuole far parte.
-educazione civicostituzionale con approfondimento riguardo la carica che si vuole ricoprire, non si può candidare uno che non ha prima studiato come fare il lavoro che vuole fare.
-diritto: per sapere cosa in quel posto si può fare ma soprattutto quello che non si deve.
-un numero minimo di proposte per cambiamenti, ma conoscenza di tutte le problematiche e posizione al riguardo devono essere necessariamente preliminari: non ci si può candidare perché si vuole fare una cosa e poi per il resto voti come ti dicono di fare, non ha senso, proponi la tua unica idea ad un candidato in cambio del voto piuttosto.
-ho letto e compreso che qualora un’indagine a mio carico dovesse portarmi ad essere un cattivo esempio lascerò il posto, perché rispetto delle istituzioni è non volerle coinvolgere con affari personali.
-il privato che vuole partecipare alla gestione del pubblico deve essere disponibile a rinunciare ad una parte della sua privacy, si deve sapere dei personaggi e funzionari pubblici quanto guadagnano e se commettono atti deplorevoli, devono essere giudicabili dalle masse, e queste dovrebbero scegliere i buoni esempi.
-fedina penale pulita, anche se le leggi non sono già tutte giuste chi si candida dev’essere immacolato, chi vuole cambiare la legge può farlo candidando qualcuno che la pensi come lui seppur non l’abbia mai infranta.
-Come può uno al potere essere anche solo continuamente indagato per corruzione e rispondere che è inevitabile che uno al potere venga indagato per corruzione. Se uno viene indagato si dimette affronta il processo e se viene provato innocente può tornare con ancor più diritto di prima.
-il problema poi è che oggi fare il politico non significa saper governare, esporre bene delle idee ed essere convincenti
Il percorso di attuazione dev’essere dall’alto verso il basso: dal parlamento europeo deve essere eletto un governo europeo, che rispetti i suddetti criteri, l’esempio dall’alto significa che la meritocrazia deve istituzionalizzarsi selezionandosi, la presentabilità dei candidati spetta però ai partiti, che non si danno uno standard minimo: basta saper vendere bene idee e parole per voti, il pubblico non si può permettere incompetenti.
Paradossalmente i pochi che governano, ed in questo momento essendo apartitici o tecnici sono ancora in meno con più potere forse, dovrebbero ascoltare i molti: un governo provvisorio dovrebbe chiedere direttamente ai cittadini su più questioni possibili il loro parere, e questo si fa con referendum e almeno prendendo in esame le proposte di legge popolare.
Bisogna legare la perseguibilità al voto ed istituire una patente del cittadino ma ancor prima prepararlo, il voto dev’essere il risultato del percorso di studi e crescita, perché non già a 16 anni, ci sono ragazzini svegli e idealisti che si interessano del pubblico e hanno passato il test di educazione civica? Non sono meglio di svogliati, disillusi, disfattisti che non lo passerebbero? Spero che anche i condannati per mafia non possano votare a vita. Se questi ragazzi potessero, in cambio dell’accettazione consapevole delle proprie piene responsabilità davanti alla legge, voterebbero per interesse nel senso buono, di partecipazione.
Per quanto riguarda la Toquevilliana proposta di introdurre a livello europeo e non locale un’addizionale simbolica proporzionale al livello di studio, si può dirne che è fascistoide e settaria, ma educativa nel senso che sprona allo studio. Che poi è sempre possibile il fatto che un laureato in chimica possa non capire nulla di quello che gli càpita intorno e votare come un camorrista o un poveraccio comprati con 50 euro o un lavoro, però a livello locale si può controllare: una brava e capace persona che non ha fatto la terza media ma ha dedicato la vita al pubblico facendo politica potrebbe fare il parlamentare europeo? La verità è che a livello europeo dell’operato del parlamento se ne sa poco o nulla, non ci sono telegiornali che parlano di chi ha votato cosa, si sa che arrivano dei soldi di finanziamenti stanziati ma poi chi li da sono le banche e la Bce quindi contano di più loro. Visto che non si possono vedere i parlamentari all’opera, non sarebbe meglio scremarli prima di permettergli di essere scelti, se uno si candida con un partito e vuole fare il ministro del lavoro ne saprà di diritto del lavoro, e farlo selezionandoli anche per titoli di studio? Un laureato in medicina potrebbe avere delle buone idee a proposito del diritto allo sciopero, ma non è più probabile che ne abbia un sindacalista o un laureato in giurisprudenza?
E se si dividesse la popolazione per Qi potrebbe darsi che un fisico diventi presidente del consiglio, e investa solo in ricerca teconologica per farsi un megalaboratorio perché lui potrebbe andare su Marte se ne avesse i mezzi e gli altri morirebbero di fame.
Cosa succederebbe invece a livello europeo se si votasse all’oscuro? Ti danno una rosa di candidati con dei numeri, anche tutti uguali, delle maschere, senza faccia, tu ne leggi le idee e i titoli di studio e decidi. I nomi sono identificativi, non si tratterebbe di candidati anonimi, ma solo senza volto.
Voti senza volti.
Dietro il velo le idee. Si dovrebbe anzi tacere anche la parte politica o il partito del candidato, soprattutto a livello locale, giacchè contano meno i grandi ideali rispetto le politiche concrete sarebbe meglio si sapesse cosa ne pensano e cosa intendono fare riguardo a ben determinati punti.
In questo modo la partecipazione democratica sarebbe certo più difficile ma votare non deve essere cosa leggera. Forse vedo solo lo sprone che può dare alla partecipazione nel mio caso, sono laureato è logico che io voglia un decimillesimo di potere in più rispetto gli altri, mi sento migliore e plasmo il mondo secondo una mia visione probabilmente distorta, forse dico lo faccio per poi candidarmi io stesso perché bramo di dare un senso più alto alla mia vita, o almeno finire immortalato nella storia.
Forse escludere delle persone da un diritto o darne di più ad altri è discriminatorio e toglie diritti inalienabili acquisiti con dure lotte. Forse il suffragio deve restare universale per il parlamento ed includere la clausola addizionale per il senato, e un test ai ministri. Si così sembra abbastanza equilibrato.
Se un anziano non può andare in galera non può nemmeno votare, dei test attitudinali minimi per i rappresentanti saranno presto e tardi obbligatori. Chi non sa in che mondo vive non può decidere come deve diventare.
Relativismo culturale
Pubblicato da follelfo in antropologia il gennaio 16, 2012
Questo scritto è stato fatto per imparare il libro Relativismo Culturale di Angela Biscaldi, senza l’ausilio di internet.
Enjoy!
Quando parliamo di relativismo culturale intendiamo una prospettiva nata nel contesto della ricerca e della riflessione dell’antropologia americana di inizio secolo con Franz Boas, sistematizzata a metà 900, con un dibattito che affronta i dubbi riguardo alla possibilità di valutare le culture.
Per uscire da l’occidentocentrismo, il fardello dell’uomo bianco spinto al parossismo nell’Inghilterra evoluzionista, si afferma che le culture non sono in gara su una scala tra loro né tanto meno ce ne sono alcune che sono il passato vivente di altre più avanti. O che talune siano semplici perché non le conosciamo o non le capiamo e che non si deve per forza convincere gli altri a vivere come noi, non fosse altro per non andare contro i nostri principi e valori basati sul rispetto del diritto alla libertà e alla diversità.
Il punto di partenza di chi si propone di studiare le diverse culture è evitare le generalizzazioni, seppure appaiano necessarie. Se infatti è giusto dire che ci sono diverse archetipiche etnie cioè che i popoli sono, seppur appartengano tutti ad una specie di homo nata in Africa, molto diversi tra loro, distinti perché distanti, anche nell’aspetto dei tratti somatici essendo risultati di diverse ondate migratorie in diversi periodi e in diversi luoghi per il mondo. È anche vero che ogni singolo non si limita ad essere esclusivamente un animale sociale che apprende interamente perfettamente come comportarsi con l’imprinting culturale, ma è anche il risultato di scelte particolari che possono esulare dal contesto sociale di appartenenza, soprattutto oggi che il mondo è un melting pot e le distanze durano meno.
L’acculturamento o inculturazione è un processo di assimilazione di esempi che attraverso le sviluppatissime tecnologie comunicative odierne non può essere selettivo come un tempo.
Non è nemmeno più necessario viaggiare per venire a contatto con culture diverse che si compenetrano e si stratificano in ogni individuo.
È in questa chiave che va letto ciò che dice Levi Strauss a proposito dello spirito dell’umanità, ognuno ha una determinata conformazione culturale, la complessità delle possibili visioni del mondo si coniuga in ogni essere umano in modo diverso riducendo sempre più l’omogeneità culturale.
Il compito dell’antropologo secondo Clyde Kluckhohn 1955 p. 677 è d’“elaborare tecniche per tenere sotto controllo le differenze di significato tra valori apparentemente simili e per trovare somiglianze quando i fenomeni appaiono sostanzialmente diversi agli occhi dell’osservatore”.
Chi si vuole porre il problema del confronto culturale deve abbandonare i suoi pregiudizi e la presunzione che si possano fare delle valutazioni riguardo la superiorità di una cultura rispetto un’altra.
Già nel 47 su American Antropologist Melville Herskovitz fornisce tre pilastri per il nascente relativismo culturale. Per stilare una dichiarazione dei diritti umani rispettosa delle differenze culturali bisogna(:) – tenere presente che il rispetto delle differenze individuali implica quello per le differenze culturali- perché non esiste nessun metodo di valutazione qualitativa delle culture -poiché esse formano i propri standard, norme e valori.
I valori derivano dal proprio gruppo d’appartenenza, si formano nel tempo attraverso riconoscimenti reciproci e il paragone costante del comportamento proprio e altrui all’interno di una società. Dalla ripetizione di date reazioni a particolari stimoli si imparano a riconoscere le cose socialmente accettate e quelle riprovevoli, quelle da non imitare, questa normalità viene alla lunga sotterrata nell’inconscio ed è motivo di scontro invece che di incontro. Ci sono molte attività e atteggiamenti controversi che possono essere intraprese da chi vuole apparire in un certo modo, cioè comportamenti limite tesi alla provocazione per uscire dall’anonimato, per atteggiarsi e prendere teatralmente parte alla comunità, all’esterno, al mondo, alla storia, all’agorà, agone della pluralità Arendtiana.
Il relativismo culturale si pone come obiettivo di comprendere le diversità, analizzandole per quanto possibile senza essere d’accordo o respingerle.
Ciò non significa astenersi da qualsivoglia giudizio morale e “prendere tutto per buono”, significa invece che anche e soprattutto i giudizi di valore sono determinati dalla cultura d’appartenenza. C’è una bella differenza anche tra il nichilistico “non ci sono verità” e il pensiero relativista che le verità ci sono, sono diverse e bisogna cercare di comprenderle.
Con ciò non si sospende la moralità anzi la si rafforza: i valori su cui si basa la nostra cultura sono per l’appunto la tolleranza, la non violenza e l’attitudine al dialogo, su questo si basa la democrazia.
Due possibili derive sono quella che tende a minimizzare il problema, siamo tutti diversi è inutile il dialogo o addirittura le culture non esistono, sono generalizzazioni prive di fondamento e una che crede invece che l’uomo si definisca solo in base alla sua cultura e non assorba tratti esterni o non voglia trasformarla dall’interno.
Un indagine strettamente causale, fatta da chi creda che sia solo la razionalità a guidare l’uomo e che quindi sia sempre comprensibile il comportamento umano, (che specialmente quando prende forma di massa è irragionevole), ovvero cercare di scoprire quale bisogno soddisfa un dato fatto sociale nel suo contesto può essere una causa persa, perché i bisogni spesso scaturiscono a livello di inconscio collettivo e sono artefatti senza ragione compiono salti a noi inimmaginabili.
Pur non potendo stilare una classifica tra le culture parlando di gradi di civiltà, si può e si deve prendere posizione riguardo ogni singolo fenomeno, dopo aver contestualizzato e scoperto quale funzione svolge un dato fatto sociale si può dare un giudizio: tale pratica rispetta i diritti fondamentali dell’uomo?
Non è che se è caratteristico di una cultura tagliare la testa a uno sconosciuto ogni volta che ti muore un parente, allora lo dobbiamo capire e nemmeno non lo possiamo capire o addirittura siamo liberi anche noi di farlo (o come dice pressapoco Eco, ironizzando, “se ci sono ancora cannibali andiamo a mangiarli così imparano”).
Affrontando il problema si cerca di risolverlo. A causa e per merito di questa tolleranza è complicata la democrazia: al suo interno deve permettere di parlare anche alle minoranze razziste e straniere e non le può combattere con la violenza, è rispettando i propri valori che li si affermano e li si mantengono, non facendo il contrario. Il monopolio della forza dovrebbe essere testimoniato dalla sua totale assenza, non dal suo continuo esercizio. Per questo bisogna stare dalla parte di chi sconsacra gli dei altrui piuttosto che quelli che in loro nome uccidono. Meglio un paese dove non ci sia nessuno di abbastanza stupido da istigare gli altri ad odiarlo provocando indirettamente morti e inneggiando allo scontro, ma un paese così si ottiene grazie alla responsabilizzazione graduale mediante l’esercizio della libertà di parola.
Se c’è un problema di diritti, dicevamo, devono prevalere quelli irrinunciabili individuali: come è ridicola la sentenza della corte europea che riconosce le attenuanti culturali commettendo un eccesso di cultura per il pastore sardo che uccide la moglie perché loro sono abituati così, così è ingegnosa l’idea di creare dei surrogati di determinati riti che ledono il corpo umano, come l’invenzione dell’infibulazione alternativa del dr. Abdulcadir che è un compromesso, una contaminazione tra rispetto per il corpo umano e il rito di passaggio che in tal modo non “rovina” la vita, anche se magari non l’avrebbe rovinata, di certo ridotta sotto certi aspetti, ma del resto anche essere battezzato in un certo senso è un uso improprio di un bambino, appartenere ad una certa comunità è inevitabile ma che altri scelgano per te quale è un trend che deve andare diminuendo proporzionalmente all’ampliamento degli orizzonti, ad una mescolanza di usi che trascenda i luoghi d’origine privilegiando quelli di appartenenza, proporzionalmente alla presa di coscienza dei limiti che ogni singola cultura mostra, con il confronto con le assurdità altrui saltano agli occhi le proprie più facilmente, e liberarsene è il naturale ma difficilissimo compito.
È ovvio che dev’essere l’individuo che subisce il fatto a giudicare il male poi o a dare il permesso prima, meglio se coscientemente e non per tradizionalismo, ma che rito di passaggio al mondo adulto sarebbe se fosse la scelta di un adulto? Infatti la scelta la fa di solito il genitore che è adulto.
A questo proposito sarebbe interessante verificare quanto i genitori amplificano problemi che i figli magari non avrebbero avuto neanche senza il loro intervento. Quanti problemi gli adulti scaricano sui bambini? Una mutilazione che non ricordiamo di aver subito è solo uno degli accadimenti che possono capitare nella vita e rispetto cui bisogna prendere posizione, ciò non significa per forza sentirsi vittime, anzi il problema sorge se non se ne parla. Il ruolo della tragedia.
Referendum
Pubblicato da follelfo in anonimato nella politica, filo politica il giugno 21, 2011
Dopo il recente successo ottenuto nel referendum abrogativi del 12-13 giugno, su acqua, nucleare e legittimo impedimento, urge non fermarsi.
Sulla scia dell’entusiasmo partecipativo, senza tuttavia dimenticare che il 60% non è un ottimo risultato in un paese veramente democratico, bisogna proseguire.
Prima o dopo il referendum urge una riflessione sul QUORUM:
perchè è necessario raggiungere il 50% + 1 degli elettori?
è al contempo un modo per valutare se il quesito è un’urgenza reale, se è davvero sentito dalla popolazione e uno sprone alla partecipazione attiva,
ma: se certe persone non vanno a votare forse non credono nella democrazia, o se ne fregano, proporrei il ritiro della tessera elettorale nei casi di assenteismo recidivo (da integrare ovviamente con il discorso sulla patente del cittadino).
(Perchè se la maggior parte dell’elettorato non crede nelle elezioni non sta certo in esse il problema.)
In che modo il 50,000001% degli elettori è differente dal 45,73?
Credo sia un semplice ostacolo all’attiva partecipazione dei cittadini. Se la corte di cassazione non cassa il quesito, e la maggioranza è contraria all’abrogazione di quella particolare legge, che vada a votare.
Non fare nulla non vuol dire voler mantenere lo status quo, vuol dire non fare nulla.
Dover raggiungere il quorum è dunque da un lato uno sprone alla partecipazione, dall’altro uno strumento contro la democrazia, se sei contrario non andare a votare in tal modo screditerai ancor più che vincendo le elezioni chi l’ha proposto, infatti i costi della sua sconsiderata voglia di cambiare si ripercuotono sullo stato.
A questo proposito: i partiti ricevono fondi dallo stato, cioè da loro stessi, i cittadini danno soldi allo stato, cioè ai politici; i partiti hanno quindi oltre al potere di cambiare le cose in parlamento anche quello di organizzare un referendum a costo zero per lo stato, possono pagare loro la campagna d’informazione e le schede elettorali. I cittadini possono solo proporre leggi che poi in parlamento possono anche non esser lette (entro due anni, ma ultimamente i governi durano anche meno), e non sono nemmeno in grado di sostenere i costi di un referendum. è così?
Non sarebbe un gran vantaggio mediatico per un referendum essere gratuito, cioè pagato dai promotori invece che dai contribuenti?
Quelli cui non frega nulla del quesito almeno non sarebbero indispettiti dal suo costo. Chi è contrario non andrebbe comunque a votare?
Accorpamenti:
servono principalmente per: aiutare il raggiungimento del quorum (è chiaro che meno sono i quesiti e meno sono gli interessati a votare?)
e risparmiare soldi (vedi sopra, pagare meno scrutinatori, meno straordinari alla polizia fuori dai seggi, meno giorni in cui la gente pensa a non lavorare).
controindicazioni: diversi quesiti confondono la gente, elezioni di diverso tipo non sono sempre compatibili, l’avversità verso un quesito potrebbe portare la gente a non votare a nessuno di essi.
Ancora nessuno ha pensato ad accorpare le primarie di partito o coalizione a dei semplici quesiti che possano influenzare il programma di governo, ciò a ben pensarci è ridicolo: si vanno a votare delle facce come se i pensieri dietro ai diversi volti fossero gli stessi solo perchè all’interno di una stessa squadra.
Raccolta firme:
500.000 possono sembrare poche anche tenendo conto che da quando la costituzione è stata scritta la popolazione è certo aumentata.
Come organizzarla senza l’appoggio dei partiti, se i media non dessero rilevanza: lo sforzo potrebbe anche rivelarsi inutile se la Corte cassasse nel merito il quesito.
Per far si che il tentativo abbia senso è necessario valutare al meglio quali quesiti potrebbero aver maggior presa sugli interessi della popolazione, visto che è abrogativo si tratta di cavalcare il malcontento o le preoccupazioni popolari.
Quali sono le priorità, detto tutto questo, e visto che il parlamento non è più il luogo dove certe decisioni possono essere prese, per far si che cambi davvero qualcosa?
Le modalità, copincollando sono queste:
In quanto tempo vanno raccolte le firme?
Da quando si inizia la raccolta sono a disposizione 90 giorni. La richiesta va poi inoltrata alla Corte di Cassazione tra il 1° gennaio e il 30 settembre di ogni anno.
Qual è la funzione della Corte di Cassazione?
La Cassazione prende in esame le richieste di referendum ed entro il 15 dicembre deve decidere se la richiesta è conforme alla legge: che le firme siano 500.000, che siano state raccolte in 90 giorni, che siano autentiche…
Se la Cassazione dà il via libera cosa resta da fare?
Resta da superare l’ostacolo più difficile, il giudizio della Corte Costituzionale, che decide sulla ammissibilità della richiesta di referendum.
Quali referendum non sono ammessi?
L’articolo 75 della Costituzione vieta il referendum in materia di leggi sulle imposte, il bilancio dello stato, l’amnistia e l’indulto, i trattati internazionali.
Dunque detto questo:
quali sono le questioni che possono smuovere centinaia di migliaia di persone in 3 mesi prima e milioni in due giorni poi, se venisse concesso?
Innanzitutto c’è un forte malcontento riguardo i privilegi della casta, sono state raccolte le firme per diverse proposte di legge che però non verranno mai discusse, e se anche venissero discusse verrebbero discusse da loro stessi…
Dopodichè ci sono certamente altre leggi da cambiare.
Tutto questo per arrivare al punto centrale del discorso, rovinare le primarie della coalizione di centrosinistra in cui si scanneranno inutilmente, proponendo di accorpare il referendum ad esse.
Che so un quesito per abrogare il comma dell’indennità parlamentare che riguarda il vitalizio (è solo una goccia, un quid simbolico),
e uno per l’abrogazione del reato di coltivazione di sostanze stupefacenti.
Riflettete e commentate
Oikos vs polis
Pubblicato da follelfo in tesi sonia, tesi Vita Activa, umanità che dubita il giugno 13, 2011
Riprendendo la visione aristotelica, la Arendt vede come costitutiva della dimensione umana la differenza che si instaura tra lo spazio domestico ovvero la sfera privata, e lo spazio pubblico vale a dire la polis. Infatti nell’antichità, da una parte la sfera domestica era la sfera destinata alla soddisfazione dei bisogni necessari alla sopravvivenza, e all’interno della quale vigeva una forte gerarchia; è la sfera di ciò che non deve apparire ma rimanere nascosto alla vista degli altri. Al contrario, la polis era uno spazio comune, destinato alla possibilità per ogni cittadino ateniese di problematizzare il mondo insieme ai propri pari. L’individuo maschio non è più un padre o un padrone che governa la casa, ma un uomo libero, libero da ogni affanno e bisogno, da ogni situazione gerarchica. Il lavoro, che provvede in maniera esclusiva alla possibilità di sopravvivere, viene poggiato sulle spalle degli schiavi che diventano l’immagine per eccellenza di quel cordone che ci unisce alla madre terra con tutto il peso e l’oppressione che comporta. Abbandonato il soddisfacimento dei propri bisogni e trovandosi in una dimensione in cui non è concessa nessuna forma di gerarchia, l’uomo è libero di dedicarsi ad una vita che non sia solo sopravvivenza, ma una vita che sia logos e azione e che possa essere ricordata. Fin d’ora si è cercato di delineare una netta distinzione tra due piani che sono irriducibili l’uno all’altro, ma è importante notare che non sarebbe possibile nessun tipo di vita nella polis senza una vita nell’oikos. Questo spazio è funzionale ai bisogni umani che vengono soddisfatti tramite l’associazione tra gli uomini, che secondo Aristotele è connaturata all’essere umano. Infatti, l’uomo, prima di essere razionale, è zoon politikon, un essere sociale che per rispondere alle contingenze della vita si rivolge ai suoi simili. All’interno della famiglia, si assiste alla prima forma organizzativa, rivolta alla mera sopravvivenza, secondo un’articolazione dicotomica e gerarchica tra chi comanda e chi viene comandato:
“prima di tutto è necessario unire i termini che non possono sussistere separatamente, per esempio la femmina ed il maschio in quanto strumenti di generazione(…),chi è naturalmente disposto al comando e chi è naturalmente disposto ad essere comandato, in quanto la loro unione è ciò per cui entrambi possono sopravvivere, perché chi per le sue qualità intellettuali è in grado di prevedere comanda e per natura è padrone, mentre chi, per le doti inerenti al corpo, è in grado di eseguire deve essere comandato ed è naturalmente schiavo, sicché la stessa cosa è vantaggiosa al padrone e allo schiavo ”
Un buon esempio è dato dal rapporto domestico che intercorre tra lo schiavo che viene comandato dal padrone e che deve comportarsi in maniera obbediente verso il suo padrone, il quale al contrario, ha solo diritti e mai doveri verso il proprio servo. Lo stesso vale per la contrapposizione tra femmina e maschio o per quella tra padre e figlio: tutte queste relazioni private hanno la loro ragion d’essere nel principio secondo cui “la loro unione è ciò per cui entrambi possono sopravvivere
E’ interessante notare come in questo stato di schiavitù nei confronti della nostra dimensione naturale, si senta il bisogno di liberarsi dagli stessi richiami che ci incatenano. Paradossalmente è solo in questa condizione di asservimento agli impulsi che nasce l’esigenza di non esserne più soggetti. Dedicare la vita e redimerla dalla sua passività per renderla “buona” nel senso aristotelico comporta la ricerca della libertà dalle necessità quotidiane.
La libertà quindi, occorre imporla per via negativa, una libertà da e non di ogni responso al ciclico ripetersi della quotidianità. E’ in questo modo che la dimensione privata non viene messa in discussione e non viene posta in maniera gerarchica nei confronti dell’azione, ma al contrario diventa la condizione che la permette.
concetto di cultura
Torniamo ai due principi sui quali si ergono i costrutti teorici di Remotti e di Lévi-Strauss e chiediamoci dove vadano cercate le origini degli stessi nell’ambito della storia del pensiero antropologico. Tali origini si radicano nell’evoluzione di un particolare strumento concettuale, quello di cultura. È lo stesso Remotti a fornire, nelle pagine di Noi, Primitivi, una sorta di genealogia del concetto di cultura il quale, dando origine al riconoscimento di equivalenza di valore e di priorità dei significati indigeni, si può dire sia condiviso anche da Lévi-Strauss. Qui ci occuperemo della definizione di cultura data da Tylor nel 1871; Le parole di Tylor riconoscono all’insieme complesso che costituisce la cultura il carattere di molteplicità e mescolanza: ogni abito assunto entra a far parte del materiale culturale. La cultura è diffusa ovunque, ogni società, in ogni suo aspetto, è culturale: come nota Remotti, nella definizione tyloriana non è presente alcun accenno alla scrittura e all’incidenza che essa ha, dove è presente, sulla sistematizzazione delle altre competenze acquisite dall’individuo sociale. L’assenza di tale ingombrante presenza non fa altro che accrescere la dose di sfiducia nei confronti del concetto antropologico di cultura. Partendo dal riconoscimento della molteplicità e diversità delle forme culturali, Tylor punta all’individuazione di ciò che le accomuna piuttosto che di eventuali criteri di separazione: questo atteggiamento è presente alla base della prospettiva antropologica di Lévi-Strauss come di Remotti, sotto forma della ricerca di somiglianze dissimulate dalle diversità, di connessioni illuminanti celate dal caos della molteplicità.
Riconoscere la molteplicità irriducibile delle manifestazioni culturali porta, nello studio antropologico di un determinato caso etnografico, ad assumere l’ipotesi della diversità dei significati locali; in difesa di tale diversità ecco ergersi uno dei due principi da cui siamo partiti: il principio di priorità dei significati indigeni. Ma la definizione di Tylor nasconde un’ulteriore svolta, implicata dall’estensione del carattere di culturalità ad ogni società umana. Non inserendo nella propria definizione di cultura il severo criterio di separazione costituito dalla scrittura, Tylor elimina la linea di disgiunzione tra ragione e costumi. È questo il motivo per il quale a partire dallo spartiacque tyloriano è possibile intraprendere un viaggio propriamente antropologico nel mondo della cultura: è questo che spinge al riconoscimento del secondo principio di partenza, l’equivalenza di valore tra significati. I costumi degli altri lasciano per sempre la categoria della residualità, della stravaganza, dell’innaturalità e dell’irrazionalità per entrare a far parte della molteplicità culturale, al pari dei nostri. Società totemiche, a caste, patriarcali: sono tutte forme di organizzazione e classificazione di pari dignità logica: le anomalie esistono solo in funzione delle categorie attraverso le quali si considera il reale.
Un concetto di cultura così inteso, dunque, permette di accogliere in modo elastico e minimamente costrittivo le particolarità dei singoli casi etnografici: permette all’antropologo di intraprendere in modo più legittimo e preparato il giro lungo che si è prefisso, illuminando connessioni nascoste le quali, rifrangendosi sullo specchio dell’antropologia, rimbalzano verso la fonte di luce e finiscono per colorare in modo diverso noi come gli altri.
Principio di priorità dei significati e principio di equivalenza di valore delle forme culturali
Liberare l’analisi antropologica dall’atteggiamento etnocentrico conduce ad individuare due principi sui quali entrambi gli autori in esame, Remotti e Lévi-Strauss, fondano il proprio discorso. Tali principi fondativi, strettamente interconnessi, sono l’attribuzione di equivalenza di valore ad ogni manifestazione culturale e il riconoscimento della priorità dei significati indigeni.
Ne Il Pensiero Selvaggio Lévi-Strauss fornisce un’esemplare applicazione del potere euristico che deriva dalla combinazione dei due principi: rifiutando ogni approccio di tipo storicistico ed evoluzionistico , l’antropologo francese si concentra sull’analisi delle “cosiddette istituzioni totemiche”, alla ricerca di una soddisfacente collocazione delle stesse nel panorama molteplice delle forme culturali. La conclusione di tale ricerca è senza dubbio tesa alla conferma dell’idea di fondo dell’antropologia lévi-straussiana, ossia l’unità dello spirito umano. L’indagine infatti si svolge in direzione dell’individuazione di quelle forme logiche strutturali che, secondo Lévi-Strauss, sono presenti alla base di ogni tipo di organizzazione umana. In linea con tale intento dimostrativo, le istituzioni totemiche vengono riconosciute come forme di classificazione tra le altre, declinatesi in modo diverso per via degli impulsi della contingenza storica – ricordiamo a tale proposito il carattere situazionale che Lévi-Strauss attribuisce al pensiero – ma con intenti logici comuni. Da un punto di vista logico i sistemi cosiddetti primitivi non hanno nulla da invidiare a quelli considerati scientifici; il testo in esame è costellato di esempi in tal senso: basti pensare alle conoscenze botaniche degli indiani Aymara dell’altopiano boliviano, la cui tassonomia si è sviluppata fino al punto di comprendere ben 250 termini corrispondenti ad altrettante varietà di un unico genere di pianta; oppure alle intricate norme che regolano in un sistema coerente gli scambi matrimoniali dei gruppi aborigeni, oggetto degli studi di Spencer e Gillen durante la loro traversata dell’Australia lungo un asse sud-nord. L’analisi di Lévi-Strauss tende dunque a mettere in luce le proprietà logiche comuni a sistemi eterogenei; a tale proposito è emblematico il confronto svolto tra le istituzioni regolate tramite caste e quelle definite totemiche. La conclusione delinea la struttura che regola entrambi i modelli di sistematizzazione del reale, tra loro in un rapporto di simmetria inversa: in entrambi i casi infatti viene compiuta la stessa operazione logica, anche se in direzione opposta. In entrambi i casi si individuano i due gruppi di termini – da un lato il sistema delle funzioni sociali e dall’altro il sistema delle specie naturali – il cui rapporto di opposizione complementare dà vita ad un codice che possa rendere pensabili come totalità due dimensioni conflittuali quali natura e cultura. La conclusione di Lévi-Strauss spazza via ogni ulteriore dubbio circa la natura irrazionale ed eterogenea delle istituzioni “primitive”.
meditare
Pubblicato da follelfo in filo indiana, umanità che dubita, vaneggi vanesi e vani il marzo 26, 2011
Io di solito quando medito stendo le braccia come cristo in croce e tendo i polpastrelli più indietro che posso, per sentire l’energie formicolarmi nelle mani, una volta fatto un pò di stretching e averla catalizzata nelle mani, anche attravero una leggera rotazione del braccio all’altezza della spalla, mi siedo comodo su un cuscino. La posizione del loto non riesco a tenerla, son troppo incriccato o ciccione, credo che le posizioni fisse siano un pò come la messa, ha senso si ma è pur sempre una tradizione inventata direi che tra le discipline diverse con rigidi canoni e il muaitai preferisco il secondo, una sorta di combinazione armoniosa e non prefissata. Poi gli esercizi da fare sono diversi.
Da seduto puoi, concentrando l’attenzione, far fluire il sangue nella parte del corpo che preferisci, di solito si inizia dai piedi e si sale. Solo come allenamento, per acquisite maggior controllo del corpo. Stop Think Feel.
Una volta che si ha dimestichezza con i formicolii e il calore che sprigionano, rilassare le mani e tenerle a distanza minima e costante. Al contempo iniziare a ripassare il percorso di Kundalini, cercare di svegliare il serpente e fargli risalire le sette case del loto, ripassando in ordine quali centri e dove sono posti.
Quando la vibrazione è arrivata al petto mettere alla prova la capacità del torace e fare diversi esperimenti di respirazione, contare o non contare, riuscire a mantenere un ritmo regolare o semplicemente andare in iperventilazione influisce si, ma non è che diventerei matto se il respiro non passa dalla narice sinistra per poi uscire da destra e se ogni passaggio dura gli stessi 7 secondi, l’importante è avere ben in mente il ciclo che l’aria deve fare, è il mondo che ti riempie come una brocca, il cui scopo è svuotarsi. Sentire che il corpo è uno strumento.
kundalini è il serpente sacro che dal tan tien sale per la spina dorsale per arrivare al terzo occhio e oltre.
Il tan tien è dove si racchiude il chi, secondo un giornalino di lotta giapponese che avevo in casa da piccolo, Super Shen, 4 dita sotto l’ombelico.
Da seduti col culo per terra è più facile sollecitarlo, è il brivido che da calore.
Altri esercizi utili riguardano dei mantra che si possono mormorare per uscire dalla catena dei pensieri con una formula che si mangia la coda, le formule possono essere molteplici, inventate, semplicemente simboliche, una bella vibrazione armonica come l’aum, o tradizionali, nam mioho renghe chiò und so weiter… il suono del vento è uno dei miei preferiti, perchè si combina con la respirazione e riproduce un suono naturale.
Formule come io sono il vuoto, possono aiutare, ma anche distrarre. Il fulmine squarcia il vuoto.
Se il pensiero non si vuole fermare ci sono altri piccoli esercizi per riempire il tempo. Il corpo immobile e senza pensieri è fuori dal tempo, la temporalità si può sentire solo attraverso movimento e pensiero, per uscirne bisogna evitare i ricordi e i sogni, è un ripetersi di irripetibili momenti, bisogna comprenderlo e dilatare un istante per quanto si riesce, a volte è più ristoratore di una dormita scomoda.
Primo esercizio è quindi l’immobilità, sia in posizioni comode che scomode con i muscoli in tensione.
L’immobilità ad occhi aperti è molto difficile, e dopo vari tentativi sarà chiaro che trattenere il respiro non è la soluzione, cercare di respirare col diaframma o mantenere la pancia ferma pur facendo circolare l’aria. I fachiri e gli joghi sono in grado di ridurre le loro funzioni vitali e renderle quasi impercettibili.
Allenare il baricentro a danzare dentro il petto.
All’immobilità seguono gli altri sensi, prendere coscienza del fatto che il corpo è uno strumento, ascoltare in silenzio, poi sentire il silenzio, fissare il vuoto, poi non vederlo più.
Immaginare di ritagliarsi dallo spazio circostante e trasportarsi attraverso lo sfondo.
La vista è più apollinea; Apollo il dio del sole con l’arco, un corno del toro, l’udito è dionisiaco, la lira, l’altro corno del toro. I due corni della contraddizione in Nietzsche. Il pensiero giunge attraverso l’udito pur essendo muto, facoltà più affine alla vista è invece il nominare, il coprire di parole il mondo. Le orecchie rivelano il movimento, la vista i contorni.
Diventare statue dagli occhi di giada. Prendere coscienza che in una determinata disposizione d’animo e postura ci si può ritrovare anche a distanza di anni, immutati.
Gli obbiettivi sono molteplici e i più disparati, ritrovare serenità, approfondire e padroneggiare altri stati di coscienza, l’annientamento mistico è una specie di anticipazione della morte, allenarsi alla morte stagliandosi fuori dal mondo, ritirarsi in se stessi e sentire che si è l’unica cosa importante e poi sentire che ogni piccolezza è unica e che la vita è un brulichio di reazioni chimiche e che la danza delle particelle nella mente-laboratorio di un fisico è come la danza di shiva per un santone induista.
Mantra: Belle parole in ordine piacevole che se vuoi possono darti delle sensazioni particolari; Frequenze in sequenze, in alcuni posti ci sono comunità dove è riconosciuto il valore rituale ad ogni azione e quindi per ogni gesto c’è una tradizione, un’armonia prestabilita da rispettare.
Chiaro che non è che se ti dici apri la porta della luce dentro di te stai meglio, non è un bottone che click e bum ti trasformi. Però se lo fai dopo aver letto un libricino di spiegazioni e precetti sei nella disposizione adatta a comprendere meglio quello che fai, o a credere di farlo in maniera più intensa.
Joga: Ti metti lì ti concentri e senti che il tuo corpo emana energie emette vibrazioni, tra l’altro è strano perchè così facendo ti ricarichi anche ed è tutto un tendersi, un pulsare. Un oscillare tra posizioni, un sentirsi segno nella cornice.
In certe posizioni, ad esempio quando ti stiracchi, almeno fisicamente senti le energie formicolarti dentro… si può provare a più livelli… certo è, che se presti unicamente le tue attenzioni al comportamento del tuo corpo lo strappi al concatenamento di automatismi abituali, mettendolo in altra luce lo innalzi. Non è semplice ginnastica, è una prova di controllo.
Più che altro aiuta la sola disposizione a credere nel fatto che sorridendo al pensiero di una persona cara in qualche modo puoi entrare in contatto con essa.
O semplicemente ti senti più spirituale, la qual cosa di per se, può renderti più bendisposto, più benevolente nei confronti di ciò che ti accade.
Guenon mi pare dicesse che intellettuale è spirituale, e spirituale è morale. Si può essere anche spirituali senza essere intellettuali e viceversa ma ci sono casi in cui vale l’identità tra le due categorie.
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